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Max Loy Pittore

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Tracce d’Autore

Di Rosanna Mele

 

Quando sono stanco, vuoto e la noia mi opprime…

osservo i miei quadri… Silenzio.

Poi penso a una nuova opera

Max Loy

 

Max Loy nasce a Pistoia, città d’arte, nel cuore della Toscana e subito inizia il suo lungo peregrinare tra il Nord e l’Italia centrale a seguito del padre, ufficiale dell’esercito. A Pistoia ritorna per restare dopo una trentennale assenza. Certo è azzardato ipotizzare che in un pugno di giorni, per recondite vie, egli abbia assorbito linfa da questa terra, l’humus da cui prenderà forma il suo immaginifico mondo d’esteta moderno, saturnino ed inquieto, ma quest’atmosfera urbana, antica e moderna, sembra quasi aver inoculato e protetto in Max qualcosa di molto prezioso: quei valori autoctoni, connaturati da secoli all’ambiente culturale toscano che devono aver determinato, in età matura, la scelta empatica di mettere radici proprio qui, dove egli sembra respirare aria di casa. La Toscana, come terra d’elezione, dove il gusto per la modernità si affianca al compiacimento per la tradizione, sito dove il romanico e il gotico dei suoi storici monumenti si perpetua in mezzo ad una cultura d’avanguardia e dove, nelle campagne circostanti, le antiche arti e i costumi di una civiltà contadina si offrono agli occhi di noi viaggiatori con l’incanto di territori senza tempo, sembrano gli stessi che l’artista evoca nei suoi primi dipinti figurativi. Mere coincidenze, forse, ma quei tratti che caratterizzano la sua curiosità artistica, ricordano, per esempio, quelli dello scultore Marino Marini o del pittore Sigfrido Bartolini, suoi concittadini. Curiosamente, anche la presenza associata di fantasia e controllo, di calcolo e generosità creativa, tipiche della mentalità toscana, potrebbero bene spiegare il tratto caratteriale della personalità di Max e accreditare la stravaganza di un viscerale legame con la cultura della sua terra verso la quale egli simbolicamente ritorna in ogni sua opera d’intensa ispirazione, sognando una terra promessa.

Ho incrociato il suo lavoro “per caso”, facendo uno studio sulla pittura toscana del nostro tempo. Scorrendo in ricerca tra un affascinante panorama di autori, colpita da alcune sue composizioni, l’ho cercato e, a distanza, ho seguito le sue “tracce” d’arte. Indagare il pensiero e l’opera di un artista è sempre impresa ardua e affascinante, un vero e proprio percorso di conoscenza e di esplorazione, tanto del suo processo creativo quanto del suo linguaggio espressivo. Con questa consapevolezza ho cominciato a studiare la versatilità creativa di Max e con essa a conoscere anche l’artista, personalità affabile, curiosa, bizzarra e acuta che ben si racconta, tanto in quest’autobiografia, quanto nelle stagioni stilistiche che la sua arte annovera. Tra i molteplici linguaggi espressivi cui egli si accosta, la pittura e la scrittura sembrano privilegiati medium di comunicazione. Le atmosfere poetiche e surreali delle sue prime pitture rivelano, nell’elegante sintesi compositiva, una naturale propensione alla narrazione visiva e sensoriale. La padronanza della tecnica, nella singolare trasparenza delle sue scene, e l’insolita scrittura pittorica, fatta di segni e visioni sfumate, hanno focalizzato la mia attenzione sulla resa percettiva ed emozionale delle sue più recenti, astratte composizioni.

Da qui è iniziato a ritroso il viaggio di scoperta nel mondo creativo di Max che ha inevitabilmente intrecciato la mia strada di studiosa alla sua di artista. Ho condiviso con lui i suoi percorsi creativi, determinata a fare sempre nuova esperienza della “misteriosa cifra dell’arte”, crocevia dell’umano sapere, ponte temporale tra culture, scuola di pensiero e di vita. Per natura sono attratta e tendo a ricercare personalità artistiche che suscitano in me un’eco interiore, quel feeling indispensabile per leggere e raccontare un’opera penetrando il liscio muro del suo silenzio. Questa empatia epidermica d’affinità inconsce, mi ha permesso fin dal primo istante di respirare l’atmosfera che caratterizza la sua opera, di cogliere e gustare quello strano sortilegio, quell’attimo d’impalpabile trapasso di stato in cui i soggetti delle sue tele, benché reali, evaporano sul labile, incerto confine dove l’amalgama di forma e colore vira all’astratto con linguaggio concettuale.

Max Loy entra nella nostra vita in punta di piedi per poi travolgerci.

L’intero suo percorso artistico è traccia autobiografica, una metafora trasparente, a volte, criptica, che testimonia l’esistere della coscienza nel mondo come corpo, carne e anima, storia e arte. Il suo segno prima figurativo, poi astratto, genera le cifre di una coscienza impegnata e ne traccia il percorso fenomenologico. Si tratta di “pittografie” di un’immaginazione creativa che vuole intimamente sostituirsi alla visione disincantata del mondo mediante armonici simboli di bellezza universale: forme essenziali, ombre e luci, una meticolosa, meditata sintassi strutturale e una sapiente opera di sintesi cromatica definiscono ancora oggi l’unicità stilistica della sua pittura. Le alchimie illusioniste delle ultime opere sono già presenti, dissimulate, nell’ordito dei suoi primi lavori figurativi e tutti i molteplici capitoli che costituiscono le tracce del suo percorso sono attraversati da un unico filo conduttore: un orizzonte. Il suo stile, sintesi poetica di arte e vita, è prova nel tempo di coerenza di “senso” e d’indirizzo, nonostante le varianti esplorative che pure intervengono in ogni suo “momento creativo”. Esplorazioni che, nate all’insegna d’una sperimentale passione per l’elaborazione d’ogni sorta di linguaggi e di materiali, risultano sempre coordinate e finalizzate da un’individuata visione unitaria, estetica e valoriale, sorretta da intima e motivata  volontà espressiva, indifferente per scelta alle spurie seduzioni delle mode.

Pensando alla sua fervida operosità artistica, mi viene d’accostare il suo immaginario poetico e riflessivo ad alcuni personaggi di E.T.A. Hoffmann, non solo per la sensibilità musicale e cromatica delle atmosfere pittoriche, ma anche per la curiosa fantasia creativa che costella l’intera sua vita. Da questa documentata autobiografia, in cui Max ha voluto mettere ordine nei suoi cassetti, dai dipinti o dai video che nel tempo ha realizzato, si ricava l’impressione che anche il vivere quotidiano sia stato per lui materia da plasmare “ad arte”. La sua stessa casa sembra un museo, un’eletta e privata “wunderkammer”, un luogo delle meraviglie, un paradiso di bellezza e pace intellettiva dove idee, ispirazioni, suggerimenti provenienti da ogni dove, si siano accumulati incarnandosi in opere. Il primitivo e l’esotico, l’antico e il moderno, il figurativo e l’astratto, così spesso presenti nell’arte contemporanea con il loro effetto d’urto e contrasto, qui perdono la loro violenza provocatoria perché resi compatibili, simbiotici, quasi familiari. La magia persuasiva dell’eclettica creatività di Max, infatti, sorprende senza mai sconvolgere; la sua arte è certamente eccentrica, ma anche, come dire… “domestica”. E quella sottile vena d’umorismo, persistente anche nei passi più partecipi della sua scrittura, quella serena forma di distacco che addolcisce il suo sguardo indagatore o la stessa bizzarria, il gusto malizioso e divertito per il paradosso, una volta decifrato il suo iniziatico linguaggio, non straniscono, ma piacciono e rassicurano circa la legittimità e la credibilità di una personalità plasmata da un progetto avventuroso ma coerente e necessario per l’insopprimibile e ispirato bisogno di seguire una “stella”: Max ha sguardo lungo sull’invisibile.

In questo suo modo intimo di sentire e rappresentare il mondo, trovo interessante avvicinare l’espressività creativa del “contrasto”-immanenza e trascendenza- a un altro grande personaggio della cultura toscana: Piero Bigongiari, letterato e collezionista d’arte, a lungo vissuto a Pistoia, i cui “testi nodali - Il caso e il caos (1961) e L’evento immobile (1987) -documentano l’incessante riproporsi e mutare della polarità, caso-caos, nella loro funzione creativa, meta-poetica, interpretativa e storicizzante del fare poesia”, come scrive la Professoressa Enza Biagini Sabelli. La stessa meta-poetica si può riscontrare nei libri di Max, nelle opere del trentennale periodo figurativo come anche nei recenti dipinti “astratti” in cui accentua la tendenza metafisica con una trattazione predominante del tema “assenza-presenza”, ispirato da un forte anelito religioso. Una trascendenza espressiva che giunge in ultimo approdo a un equilibrio consapevole tra realtà visibile e la sua trasfigurazione simbolica.

Verso la fine del secolo passato, scavando più a fondo il senso ultimo della sua vocazione, Max scopre, accoglie e abbraccia pienamente il mandato di una precisa missione: la testimonianza: è il capitolo di svolta in cui il suo pensiero prende il largo e, svincolato da ogni contesto, spazia su orizzonti aperti, sconfinati e universali. Egli scrive:

 

“Ho amato tutto quello che ho fatto, ma ora è capitolo chiuso.Di tanto fare faccio salva l’attualità”.

 

Voltata pagina, dunque, la sua instancabile vena creativa focalizza l’attenzione sulla forza penetrativa della comunicazione subliminale, il suo nuovo linguaggio elabora formule complesse veicolate in colorate pillole emozionali a lento rilascio: all’osservatore non è richiesto nessuno sforzo per “capire”, è bastante solo sostare davanti a un suo quadro per farne “esperienza”. A denominatore comune d’ogni sua opera scritta o dipinta pone un unico soggetto: la TRASCENDENZA, la “forma non forma”, “l’Altrove” come concetto e visione di una matura e sacrale percezione interiore del mondo. Dal 2000, intitola simbolicamente la sua nuova produzione “DEXTRA ET SINISTRA PARS MENTIS”, titolo esplicativo e magniloquente, inventato un po’ per provocatoria ironia verso le accademie della critica in auge, un po’ per riassumere in quattro parole intenzioni e metodo del suo fare. Le composizioni di questo periodo pittorico sono “finestre aperte” su spazi fluidi, specchio di pensieri in divenire tradotti in punta di pennello a tracciare scenari solo apparentemente invisibili. In pochi mesi rivoluziona radicalmente linguaggio e tematiche, ma senza discostarsi dalla sua originale visione del mondo. In forma nuova, più esatta e più libera ritroviamo nei suoi quadri “astratti” lo stesso modo usato un tempo nel trattare le scene figurative, là dove ogni colore, con le sue multiformi e delicate tonalità, plasmava visioni lasciando intravedere, come in un viaggio onirico, fotogrammi di memoria che l’occhio percepiva lentamente. In questa nuova stagione la sensibilità espressiva sembra diventata analitica, è ricorrente la sosta contemplativa sulle piacevolezze di dettaglio che liberano visioni non per addizione, ma attraverso sottrazione e sminuzzamento della forma ma, sorprendentemente, proprio questa spoliazione di elementi e questa frantumazione del reale sembra alla fine mirata ad un’estrema sintesi che distilla “essenze”, concetti e formule. Sì, perché Max caratterialmente non si lascia del tutto trasportare dall’estro, vero che non fa un passo senza ispirazione, vero che è estemporaneo nelle prime mosse, ma vuole tenere e sistematicamente tiene lucidamente il controllo del suo impulso creativo: sottopone a giudizio della ragione il suo fare e guida a destinazione la spinta emozionale per farne esperienza “esistenziale”, spiega. “Dextra et sinistra pars mentis”, parte destra e parte sinistra del cervello, emotività e razionalità convivono l’una in funzione dell’altra.

Egli scrive:

 

La sintesi di queste differenti facoltà organizza il pensiero che è tipica ed esclusiva connotazione umana. Suo compito è ricucire uno strappo, sanare una lacerazione, fare ritorno all’UNO, al nostro Paradiso perduto. Così l’arte, che è metafora, interprete del Pensiero e testimone dello Spirito, tenta, in ogni sua espressione, la sintesi degli opposti: l’armonica via che riconduce all’unità. Sono presenti, in questi miei quadri, due diversi elementi: il colore e la linea, la casualità e l’organizzazione, l’intuizione e il riconoscimento”.

 

L’imbastitura non ragionata dell’opera, il tratto veloce, istintivo, rapido, caratteriale, che itera archetipi impressi nel DNA -cifre inconsce della mente- compendiano la fase riflessiva, dove il calcolo, la misura, il ritmo, la danza, fissano la metrica opportuna, il criterio musicale idoneo a coordinare gli impulsi dell’emotività al progetto.

 

“Due diverse musiche, accordate come un canto e un controcanto, per evocare la meraviglia di un ascolto stereofonico”.

 

Nel processo compositivo di queste nuove opere è d’importanza primaria la linea che, pur avendo apparente irrilevanza plastica perché raramente usata per disegnare o racchiudere una forma, tuttavia, tracciata in tutti i modi possibili, fluida o rigida, sinuosa o spigolosa, aggrovigliata, marcata, talvolta rude, tal altra morbida o lieve come una piuma, è elemento sempre presente. Una linea che appiattendo la spazialità volumetrica lascia prevalere l’oggettività di uno spazio bidimensionale ovvio com’è ovvio ed evidente “il presente”, il tempo che non concede campo all’immaginazione. Ma, sorpresa! Max, davanti ai nostri occhi, con rapido gesto, compie uno dei suoi incantesimi ipnotici e con un semplice scorrere a velatura del pennello sbalza il primo piano dallo sfondo.  Poi con l’uso del colore azzurro evoca nostalgie di distanze, creando un’illusoria tridimensionalità che appare e scompare secondo chi e come viene osservato il quadro. Un modo sperimentale per trasmettere un’esperienza “immediata”: l’aleatorietà del reale percepito dai sensi. Una testimonianza e un avvertimento. Allo stesso modo crea sull’opacità piatta del colore acrilico gli effetti di lucentezza e pastosità degli olii, o la leggerezza evanescente dell’acquerello a ribadire il concetto: la realtà percepita dai sensi è ingannevole sia perché soggettiva sia perché è gravida di un’intrinseca instabilità, perennemente suscettibile di mutazione come nelle sequenze dei suoi film che sfumano i cambi di scena in dissolvenza:

 

“La vita è sogno”, frase ricorrente nei suoi scritti.

 

E’ lo stile di Max: manipolare il reale per provocare la coscienza, porre domande,

suscitare dubbi, stupire per attirare l’attenzione distratta, disorientare per far riflettere, mostrare e nascondere per attizzare la curiosità, giocare con le parole per indagare l’arbitrio a “fil di logica” e con la materia per esplorarne i segreti. Di fatto le sue sperimentazioni pittoriche comprendono di tutto: oli, pigmenti ossidi e terre in polvere, velature e opacità, trasparenze, luci ed ombre, colori organici ed inorganici; tutto è repertorio archeologico e contemporaneo per il suo spirito creativo e Max, ben conoscendo l’alchimia di cui ogni opera d’arte è fatta, forza ogni elemento per provarne i limiti, la versatilità, la resistenza e l’affidabilità su cui poi gettare le fondamenta dei  suoi aerei ponti verso l’Altrove, verso la Terra Promessa, il luogo santo dell’eterna armonia.

Dipingere il mondo senza più descriverlo, suscitando miraggi” è il suo proposito.

Il suo astrattismo, se così vogliamo definirlo, è un genere del tutto differente da quello dei costruttivisti o dei neoplasticisti, perché rimane coerentemente legato ad un preciso intento figurativo se non addirittura narrativo. Più precisamente è fantastico, onirico, giocoso, molto lontano dalla morbosità di alcuni surrealisti d’avanguardia.

Forse si può dire che la “scrittura pittorica” di Loy è un amalgama di tensione emotiva che, sull’onda portante di un’endemica, metafisica e astratta nostalgia, ipotizza e sogna paradisi di luce, serenità, silenzio, armonia; ma voler scandagliare il suo multiforme uso dell’inciso, la propensione al divagare, al paradosso, all’invenzione e ai continui rimandi di cui è intessuto tutto il suo articolato e complesso percorso creativo che getta luci cangianti su ogni sua opera, bisogna ammettere è impegno esorbitante: o si sposa la sua causa sotto ipnosi, affascinati dagli oliati ingranaggi del suo affabulare o ci si deve imporre un limite, un formato, cioè individuare le costanti più salde e genuine della sua arte rinunciando ad analizzare minutamente le molteplici metamorfosi e gli infiniti meandri inesplorati della sua creatività, lasciando che il tempo scelga per noi gli appuntamenti da non perdere per incontrarlo sempre su nuovi, convergenti percorsi, a nuove altezze e nuove profondità. Bello è credere a una maturità dei tempi in cui avremo chiara visione del mondo dentro e fuori di noi, perché la comprensione di un autore complesso è sempre commisurata alla nostra luce interiore.

Scrive Max:

 

“Non è lì dove guardi la Poesia, abita altrove i luoghi dell’anima. Sferica è la sua superficie, la sua verità si completa dietro una curva infinita. Lascia a noi il pegno del viaggio e il conforto del tempo: un giorno capiremo i discorsi dei grandi, riuniti a tavola, nell’altra stanza”.

 

Significa ora lasciare ampio margine a inedite interpretazioni di quest’artista prismatico e misterioso quanto multiforme e misteriosa è la vita.

Credo comunque si possa giungere a considerare in toto l’opera di Max Loy come un incalcolabile contributo a una visione del mondo a un tempo intima, introversa, elitaria, iniziatica, ma anche estroversa, ironica, lirica, destinata fin anche al grande pubblico e alle masse per l’evocativa armonia  che emana. La sua Arte travalica il mondo del conosciuto per tramutarsi, come la sua vita in favola. La sua ispirazione è desiderio d’infinito, di ciò che i sensi non colgono. Il suo tempo è l’altrove dell’anima, speranza universale di vita, fusa alla memoria del passato come unico tempo del mondo. La sua opera è poesia e continuo stupore.

 

Dalla meraviglia nasce una nuova percezione del mondo.

Attraverso la collisione col mondo, il suo pensiero, la sua pittura lo rinnova.

 

Dott.ssa Rosanna Mele

Storico dell’arte e critico indipendente

 

 

 

 

 

 

BREVE ANTOLOGIA CRITICA 

1970-2000

PUBLIC RELATIONS

 

 

 

GALLERIA ALPHA CENTAURI, Lido di Ostia, 1971

Ricordo quando un giorno d'aprile del 1970 vidi per la prima volta alcune opere di Max Loy.

Ricordo l'impressione che mi fecero, così insolite, così poco scultura e così troppo pittura, svincolate dalle forme usuali, delimitate da linee spezzate quasi che il contenuto avesse voluto infrangere la normale riquadratura alla ricerca di un'evasione che, in effetti, tutte le opere per la loro tematica sembravano ricercare.

Era quella dell'aprile 1970 una piccola mostra-mercato all'aperto per lo più di dilettanti dove pochi erano i professionisti ed ancor meno gli artisti. Accompagnava le opere un ragazzo giovanissimo, schivo, in perenne ricerca di una soluzione per se stesso,incerto fra la vita tranquilla borghese e l'insicuro mondo dell'Arte. 

Per questo forse nelle sue opere c'era qualcosa di autobiografico: Solitudine, Evasione, Libertà, erano titoli, ma erano invero solo stati d'animo. Spesso la figura umana e racchiusa in grotte, serrata da saldi legami e l'evasione e la libertà divenivano utopia, luce lontana sognata e speranza resa irraggiungibile da ostacoli invalicabili. Non c'era soluzione per l'essere umano prigioniero di una routine e Max si sentiva un ingranaggio nella pallida esistenza dei più.Era libero solo nell'atto creativo, ma la libertà si esauriva presto e rimaneva solo il grido racchiuso nel quadro.

Era un linguaggio difficile il suo,ma il mezzo era semplice, di buon effetto, vendibile, in una parola.

Quello che c'era di ansia, di sofferenza non sempre era percepibile e c'era invece la facile condiscendenza delle forme e dei colori; certi marroni dorati, certi aranci squillanti, certi verdi tenui creavano suggestioni facili per immaginare un mondo felice, popolato da graziose figure di donna e cosa importava se le fanciulle erano prigioniere di quel mondo illusorio ed invano cercavano di infrangerne i legami?

Ed il successo per Max venne e venne anche troppo presto.

Attenuò il suo grido, lo portò ad indulgere a facili effetti.

Ben presto Max fu fagocitato dal vorace mondo della pittura. Fu dunque solo una meteora? Probabilmente si, perché il Max di allora non c'è più o, meglio, non c'è più il giovane incerto, capace di inebriarsi di un successo momentaneo, ed è bene che sia finito così.

Oggi, dopo un lungo periodo di lavoro, di ricerca, di autocritica, c'è un nuovo artista che del primo Max ha ereditato la sensibilità espressiva, ma che ha trovato il suo equilibrio ed affronta il giudizio del pubblico sicuro, con un suo programma ben tracciato, con una meta prefissa.

Max non è più un isolato che cerca di essere libero e non osa valicare il liscio muro della pur comoda esistenza borghese. È ancora un isolato per scelta, ma è libero perché sa cosa vuole e perchè la vuole.

Certamente le opere di questo secondo periodo o, meglio, del primo periodo del nuovo Max sono diverse da quelle a cui il giovane autore ci aveva abituati. Sono lavori più raffinati nella tecnica esecutiva e nella scelta del colore, più difficili nel dialogo con il fruitore.

Non ci sono più espedienti atti a condizionare e a procurare nell'osservatore un piacere quasi epidermico, ma le opere chiedono attenzione paziente a chi sappia e voglia coglierne l'essenza ed il significato.

La scelta dei toni che ricordano preziose porcellane di Capodimonte con toni che sfumano dal tenue marrone, su fondo quasi bianco, al verde ed al rosa, non è delle più semplici. Il disegno ed il rilievo ottenuti a volte con graffiti, a volte con applicazioni materiche a grande stesura e respiro creano suggestioni nell'osservatore a patto che questi non si lasci deviare dalla tenue cromia e cerchi invece di captare il messaggio dell'opera.

Dico “il messaggio” dell'opera e dovrei dire il messaggio che l'opera manda all'osservatore, perché è questo che oggi vuole Max, il fruitore-attore, vuole che chi guarda un suo quadro senta emozioni personali che si concretizzano prescindendo dal significato che l'autore ha voluto dargli. 

Infatti oggi Max opera al limite dell'informale.

Certamente ci sono ancora richiami ad elementi concreti e se vogliamo ricollegarci alle opere del periodo precedente vediamo che l'ansia di libertà dell'artista non è più un grido isolato, ma una luce lontana e pur raggiungibile attraverso itinerari lineari che si snodano tra strutture di città osservatrici estranee, ma non coercitrici dell'umana vicenda.

Vediamo che sono scomparse le figure di donna, elemento non più indispensabile per animare il mondo del quadro in quanto l'autore vuole appunto spostare il campo d'azione: non più il suo mondo, ma il mondo di ognuno di noi. Ecco il perché dei titoli ambigui, ecco il perché delle linee appena accennate: ciascuno può captare nell'opera ciò che vuole vedervi e sentirvi. Un linguaggio universale dunque, quale dovrebbe essere sempre quello dell'Arte.

E Max è un artista per temperamento. Poteva essere musicista o scrittore, ha estrinsecato la sua sensibilità non certo comune, nella pittura e nella scultura.

È giovanissimo, cambierà molte volte ancora, sentirà il mondo con ansia diversa man mano che si avvicinerà alla maturità.

Oggi vuole bruciare le tappe, c'è il sacro furore giovanile che urge in lui. Attendiamolo però fiduciosi:fra qualche anno sono sicura che ci darà ragione di questa nostra fiducia di oggi perché forse cambieranno le opere e le tecniche, ma Max artista non cambierà, perché nulla può cambiare l'essenza dell'uomo e l'essenza di Max è nella forza espressiva della sua Arte.

                                                                                               Maria Laura Collalti

 

 

 

 

 

GALLERIA IL MARGUTTONE, Roma, 1974

Tensione di libertà

Quanto nocumento abbia apportato alle arti figurative quella che è generalmente definita “coerenza di linguaggio” non è ancora storicamente accertato. Sono decenni, intanto, che il passo dei “datori del bello” calca i molli pianori delle tecniche e delle cromie disdegnando le impervie cime dei contenuti; sappiamo, infatti, di illustri pittori che hanno precostituito la propria tavolozza, privilegiando alcuni pigmenti, escludendone altri, nel tentativo, spesso anche riuscito,  di creare un “leit motiv” di sicura presa, ossia un marchio di produzione riconosciuto agevolmente dalla gran parte del pubblico. Tale fenomeno si è andato vieppiù accentuando da quando si è diffusa l'dea balzana che il valore di un artista debba commensurarsi con il metro della serialità delle sue opere. Per cui alla fantasia si è sostituito il “modulo”, alla spontaneità la programmazione, all'uomo il robot.

Tutto ciò non trova diritto di cittadinanza in Max Loy, che pone alla base del suo manifestarsi estetico, costantemente nutrito da linfa filosofica e umana, la libertà esistenziale, la casualità emotiva, dando vita ad opere nelle quali la schiettezza diviene anche sfrontata pur di evitare l'arido, il freddo e matematicizzato schematismo. 

“Filtrato” attraverso esperienze molteplici, nell'ordine: figurativa, surreale, metafisica e astratta, ma coerentemente con il suo credo temperamentale, questo giovane artista nobilita la sua pittura di una tale disarmante sincerità che non gli si può non dar fiducia sulla parola.

E la sua parola senza infingimenti evita con cautela la certezza statica, tende perentoriamente al dubbio dinamico, ambisce quasi con rabbia a spezzare il cristallo così falsamente traslucido dei giudizi definitivi, delle conclusioni senza ritorno. Una forma di anarchia cerebrale che gli consente di definire la sua vita quale un “lungo giorno che muore senza lasciare traccia di sé, senza concorrere a formare esperienza alcuna”. Aderendo agli impulsi martellanti dell'io più intimo, Max Loy coagula sovente la propria attenzione su opere che si sottraggono ad etichette o quanto meno non le ricercano. La tecnica, poi, non si allontana da questa vocazione di libertà e si sostanzia, sui legni preparati in varia guisa, di imprimiture di differente mistura, si aggettiva di dolci velature, si arricchisce di lunari effetti di corrosione, nervosi graffiti, specchianti o ruvide superfici che fanno pensare, rispettivamente, a luminosi piani plasticati oppure ad abrasi calcari.

Quello di Max Loy è, quindi, un “modus” difficile di operare che prende le distanze da ogni forma di preorganizzazione, così come da ogni sospetto di qualunquismo o di sterile ricerca.

E l'artista si qualifica quale protagonista attento e responsabile di un mondo che ha e dà soltanto respiri brevi e affannati, tutto soffocando nell'angoscia di questo tempo.

Luigi Casieri

 

 

 

GALLERIA IL MARGUTTONE, Roma, 1974

 I soggetti prescelti dimostrano il lirico temperamento del pittore Max Loy: l'elenco stesso del soggetto dei quadri riesce evocativo di luci del giorno, di aspetti delle stagioni, di momenti del cielo che ci avvolge, delle acque che scorrono a noi d'intorno, di piante e fiori respiranti, di viventi animali e dell'umana vicenda.

La pittura del Loy non è mai descrittiva, ma piuttosto rivelatrice d'una animazione interiore nella quale, ad esempio, la presenza visibile d'un'ora del giorno si compenetra di risonanze evocatrici, di accostamenti lirici, di momenti tipici di uomini pensanti, di donne sognanti.

Questo avvolgere aspetti della natura e le vitali ore dell'esistere umano, di accostamenti nostalgici, distoglie da ovvie riproduzioni della realtà visibile e dalle superficiali astrazioni, oggi così diffuse, per darci, nei momenti felici del dipingere di Max Loy, una sicura personalità, uscita non da modismo di gusto passeggero, bensì da una individuata necessità di espressione.

Si osservino i quadri “Ricordando l'estate” e “Fiume” per trarne il fascino del nostro ricreare che umanizza quell'apparire dell'ignoto che ci circonda.

A volte il suo timbro si incupisce, ma si colga l'efficacia di “Pesce dorato”, di “Uccello di mare” e di “Incisione”; se poi a questi si unisce l'eccezione narrativa di “t’insegno io l'educazione!”, si avrà la misura delle possibilità di questo giovane artista, così personale nell'immaginare, nel narrare, nell'evocare. 

Max Loy è vivo nell'opera che è sua, perché la cerca con tenacia, senza nulla riecheggiare del cosiddetto “modernismo” imperante.

Mario Rivosecchi

 

 

 

GALLERIA S. Marco, Ostia, 1975

 [...] L'ambito creativo dell'artista si è di recente ampliato: l'uso della ceramica non è però che la prosecuzione di un discorso, non tanto sul colore, quanto sulla forma e sulla funzione di essa, funzione certamente estetica in quanto ogni creazione, unica nella sua fattura, ha indubbiamente il compito di fondere spazio ed oggetti in un insieme omogeneo, ma non per ciò meno etica, dal momento che ciascuna forma nel suo aspetto “grezzo”, talvolta primordiale, esprime una sorta di catarsi nella ricerca di forme e strutture antiche e distrutte, che tuttavia sembrano ergersi in un violento sforzo di crescita. E tale sforzo si realizza mediante l'uso di ricorrenti strutture architettoniche che si alzano verticalmente, attorno alle quali e per le quali sembra svilupparsi ed esistere l'opera.

Nel nostro mondo di plastica e di idrocarburi l'oggetto di creta, che evoca il ricordo della nuda pietra, porta nella vita di tutti i giorni uno spiraglio di “res” naturale e quindi vera.

Antonio Sardo.

 

 

  

CIRCOLO CULTURALE LUIGI CALAMATTA, Civitavecchia, 1976

 [...] La sua indiscutibile abilità non è mai all'altezza delle sue aspirazioni, non perché sia un ambizioso o un esibizionista, ma perché insegue sensazioni impalpabili che vorrebbe tradurre meglio, per dare al suo pubblico un più chiaro messaggio.

Volutamente non c'è un motivo costante in tutte le sue opere, Max si realizza nella schiettezza ed impulsività di giovane uomo e di artista pulito, alla ricerca del bello e per il bello, in tutte le sue forme e colori, proprio perché questa è la sua vera meta, la sua profonda aspirazione, la sua compiutezza.

Il pubblico non cerchi in lui cerebrali e complicate fantasie d'artista, elucubrazioni contorte ed intricate studiate per far colpo e stupire. La poetica di Max è semplice e, semplice, il suo messaggio: armonia in ogni cosa, in ogni forma, in ogni particolare.

Equilibrio, ordine, appagamento.

Carla Loi

 

 

 

GALLERIA ARIES, S.Marinella, 1977

[...] Ho conosciuto solo recentemente Max Loy e mi sono trovato di fronte ad un pittore e ad una pittura veramente straordinaria. Entrando nel suo studio mi son sentito sommerso da un'ondata di immagini, di impressioni, irretito in un'atmosfera carica di emotività elettrizzante; non ho potuto restar seduto, ho dovuto girare per lo studio e per la casa, guardare, saziarmi di colori, riempirmi di emozioni, rasserenato dal commento pacato del pittore e di sua moglie sorprendentemente in contrasto con le violenze accese della tavolozza. In effetti mi sono trovato di fronte ad una pittura che, a prima vista, può sembrare sconcertante. Sconcertante anche per la mancanza di quella coerenza di linguaggio che normalmente si ritrova in un artista, almeno dal punto di vista formale.

Max ne dà una semplice spiegazione, afferma infatti che un traguardo è importante finché non lo si raggiunge, ripetere le stesse esperienze è inutile, è copiarsi, ribadire l’ovvio, è vivere una vita già vissuta. Cestinata così quella cosiddetta “coerenza” che troppo spesso diventa solo marchio di fabbrica, qual'è dunque l'intento dell'artista? Quali sono i presupposti su cui basa la sua poetica? Risulta evidente che Max ha l’istinto dell’esploratore e dipinge per sé, obbedendo solamente al suo sentimento, alla sua emotività, al suo desiderio di nuove esperienze, accarezzando un progetto d'ampio respiro che pone il punto di fuga, il nucleo gravitazionale, molto oltre i vicini orizzonti conosciuti. Qualsiasi risultato raggiunto dunque non è definitivo, non è mai conclusione, ma un momento della sua arte; movimento e dinamicità animano la sua vita e le sue opere. Ha in mente qualcosa che forse ancora non comprende appieno, ma che lo guida con forza.

Nei suoi quadri di oggi vi è un mondo dai colori marcati e violenti che una lontana ed ineffabile sorgente di luce esaspera suscitando una spasmodica sete di infinito. I richiami naturalistici, sempre presenti, son posti quali ancore al pensiero astratto e fanno si che il mondo emozionale, creato dal colore, cada d'un tratto sulla terra, ed a questa si leghi indissolubilmente evocando visioni nostalgiche, sogni e ricordi del mondo perduto d’infanzia.

Anche la tecnica è esplorazione nell'uso del segno e del colore ad olio che, steso a corpo su supporti rigidi, enfatizzati da agglomerati materici e alternato a velature diafane, sfuma dalla caratteristica pastosità calda e morbida nella lucentezza vitrea della porcellana, inventando tavolozze inedite e bassorilievi coloristici. [...]

Ugo Cavallero

 

 

 

IL DINAMISMO ESPRESSIVO DI MAXLOY,  1978

Max Loy, artista giovane, ma certamente tra i più significativi e ricchi di creatività del panorama pittorico contemporaneo, esprime la sua personale visione del mondo e della sua esistenza attraverso un cromatismo vivace dai toni caldi, brillanti e luminosi. Ad un attento esame iconologico i temi dominanti della sua pittura - paesaggi, nudi, nature morte, volti di donna dai tratti esotici - appaiono come puri valori cromatici, capaci di evocare emozioni profonde, sogni, segrete fantasie, ricordi. Il vero protagonista delle sue opere è, dunque, il colore che, enfatizzato da segni essenziali ed incisivi, animato dalla luce, diventa energia pura che esplode sulla tela con forza primitiva, con la violenza dei sentimenti grandi ed assoluti come l'odio e l'amore, come un presagio di vita o di morte, come una carica di erotismo e di passione.

È naturale e stimolante colloquiare con queste opere che ricercano nei segreti dell'anima la loro carica vitale, nel mistero della vita il loro significato più autentico. In questo senso il colore acquista il sapore ed il potere della vita, perché ritrova in sé la facoltà di agire in virtù di un suo principio interno, riuscendo a trasmettere emozioni, stimoli, sensazioni.

I paesaggi non appaiono mai statici e definitivi, ma sembrano pervasi da sotterranei fenomeni di energia endogena che sono pronti a dilaniarli per ricomporli in una nuova armonia strutturale. Paesaggi che non sono certamente gli scenari consueti che ci circondano, ma i volti segreti dell'uomo e della sua inquietudine, pure immagini di libertà e di fantasia, contro tutte le repressioni dei condizionamenti sociali, e culturali.

Le opere pittoriche di Max Loy hanno una ricchezza ed una vivacità ritmica che incantano: le masse e i volumi del colore si compenetrano ai segni graffiti in perfetta simbiosi, mutuando reciproci vantaggi, dando vita ad un dinamismo espressivo e cromatico fatto di istinto, passionalità e autentica creatività.

Artista poliedrico - pittore, scultore, incisore, abile ed apprezzato ritrattista e arredatore - ha inaugurato il suo nuovo studio ad Ostia, dove espone, in antologica permanente, i quadri più emblematici dei diversi periodi della sua ricerca e le originalissime opere di scultura che, come egli stesso afferma, paiono castelli diroccati, dischi volanti fossilizzati, reperti archeologici un tempo funzionali e ospiti di vita, ora svuotati e ridotti a relitti immemori e per questo arricchiti del fascino decadente e misterioso che sprigionano tutte le cose antiche, consumate dal tempo. 

Anna Iozzino Ruocco

 

 

 

MOSTRA ANTOLOGICA 1973 - 1979, Bracciano, 1979

Max Loy è tra i pochi artisti della nuova generazione che non affida a fumisterie il suo messaggio poetico. Egli infatti, riciclando le emozioni che gli pervengono dal mondo esterno, conoscendo lo sgomento derivante all'artista dai gusti della società: degradazione della natura, perversione dell'umano, violenza folle e cruenta, si è trovato difronte ad un'alternativa classica quanto mai stressante:

 

- Fuga verso la sfera della non oggettività, verso il fascinoso mondo dell'astrazione, dove segni e cromie sono deputati ad aristocratizzare il linguaggio, così da renderlo tanto elevato quanto estraniante, per erigerlo a difesa della propria incolumità psichica;

- Accettazione della realtà tragica del nostro tempo e dei segnali che ne identificano il suo processo costruttivo da sottolineare con una pittura che non può essere approssimativa perché deve cogliere il massimo delle adesioni onde raggiungere i fini denunciatori prefissi.

 

Di fronte a tale alternativa, quel sottofondo di estrema serietà che sostanzia la sua personalità suggerisce a Max Loy di muoversi nell'ambito del realismo, cioè di una pittura detta declamata, possibile a patto di un affinamento dei mezzi espressivi, marcata dalla esaltazione della linea chiusa, dalla propensione per la figura umana intesa come la più idonea a farsi carico di un racconto veristico e, come tale, il più ampliamente comprensibile.

Max Loy tuttavia, non getta alle ortiche le sue esperienze astratte, non si concede all'iperrealismo statunitense che esibisce esiti da Polaroid con assoluto agnosticismo, non rinuncia ad inquinare il realismo delle sue opere, simili a scenografie, con elementi di un simbolismo carico di tensione morale, di sotterranee vene metafisiche.

Alludo alla sfera di cristallo che, nella riluttante spiegazione di Loy, identifica lo spirito dell'artista teso alla purezza, alla trasparenza, alla spiritualità; alludo alla piuma ondivaga, che rappresenta la seduzione del sogno, alla compresenza di animali rutilanti, perfetti nella loro vanità, all'esplodere delle cromie allertate contro le cadute attentive del fruitore, all'aprirsi dei cieli che solcati da nubi, in uno sprazzo di solarità fanno da polo di scarico per l'eccesso di tensione.

In quest'ultimo periodo assistiamo ad un nuovo balzo in avanti della narrativa di Max Loy  che ha arricchito il suo bagaglio tecnico di antichi segreti (quale la velatura) e che propende verso colorazioni che dai bruni (colori terragni, propri di chi possiede avidità del reale) vanno spostandosi verso gli azzurri-grigi ed i rosati che nella psicologia applicata alle cromie identificano il raggiungimento degli stadi psichici più maturi.

Per questa dolce malinconia, per una felicità forse ricevuta in dono e poi smarrita e pian piano riconquistata con faticosa e quotidiana riscoperta dell'uomo, intravedo un nuovo e più fertile periodo neo-figurativo collocarsi nell'itinerario dell'artista: un percorso il suo, volutamente non facile, ma al cui retto svolgersi molto contribuirà l'adesione dei tanti estimatori su cui Max  può contare.

 Aberto Scotti

 

 

 

GALLERIA IL COLORE, Cagliari, 1980

Il realismo magico di Max Loy

Max Loy ha cominciato a dipingere fin dall'adolescenza perciò oggi, pur essendo giovanissimo, ha dietro le spalle oltre dieci anni di intensa attività, di esperienze stilistiche diverse, di ricerche rese più puntigliose e meditate dal suo autodidattismo, dalla sua incontentabilità, che è segno certo di impegno e di fermezza nei propositi, ma soprattutto dalla complessità del suo mondo poetico e della sua tematica.

Da quest'ultima specialmente traspare e s'indovina l'angoscia esistenziale che travaglia tutta la sua generazione, l'anelante ricerca di un approdo su una spiaggia certa, il bisogno tormentoso di inventare nuovi miti, che rinverdiscano l'aridità del presente e consolidino la precarietà del nostro viaggio in questa stagione deserta di favole.

La sua pittura è densa di simboli. Alcuni sono palesi e decifrabili come l'allegoria di Orfeo ed Euridice, oppure come quella della sfera effimera di cristallo, che potrebbe anche essere una bolla di sapone e che, iterata ripetutamente nei suoi quadri, raffigura appunto un'immagine di vanità. Altri sono meno accessibili, anche perché scaturiscono dall'inconscio e pertanto restano forse enigmatici allo stesso pittore, che come tutti gli artisti prodighi di immaginazione non sempre può spiegare con una equazione logica tutti i motivi della sua ispirazione e della sua ottica.

Il simbolismo di questa pittura non è però astratto, né nebuloso perché, indipendentemente dalle significazioni recondite e concettuali, il suo linguaggio è franco, esplicito e di immediata intelligenza. Perciò si può parlare di un realismo magico sostenuto da un discorso cromatico caldo e smagliante di toni, da un racconto lirico risolto con palpitante concretezza. I paesaggi assorti e le figure emblematiche che si compongono con fertile estrosità e vivono nelle sue opere, anche per l'accento esotico che spesso anima gli uni e per la fissità trasognata che caratterizza le altre, vibrano di un tremore ancestrale e richiamano ai grandi silenzi di un'età primigenia ed incontaminata. Quel paradiso perduto e rimpianto da Max e da tutta la sua generazione infelice con nostalgia bruciante. Quell'Eden che, insieme all'infanzia ed all'innocenza scadute, questo pittore, così sensibile al dramma del suo tempo, cerca di evocare con cuore trepido, per donare a se stesso ed a chi sa ascoltarlo e intenderlo, il conforto del sogno, l'illusione di una tregua serena e quella evasione che soltanto la fantasia degli artisti e quella loro virtù di trasfigurare la realtà, sanno largire generosamente agli uomini che hanno ancora fede nella poesia.

Marcello Serra

 

 

 

INTERVISTA a VIDEOLINA, Cagliari, 1980

Conosco Max Loy da qualche tempo: come uomo, come persona e come artista.

Come uomo è umanissimo, come persona ha carattere e come artista è valido.

Appena ho visto i suoi lavori ho cercato di inquadrarlo, come è consuetudine, in una corrente artistica di scuola, intesa scuola come abitudinarietà nel seguire, ma da quel che ho potuto capire, Max non appartiene a nessuna scuola. Piuttosto fa parte per temperamento della tradizione storica della pittura formale italiana, che noi sappiamo sobria di concetti estetici (intendo per estetica teorizzazione del bello, sensazione, emozione e gusto) ma ricca di sentimento.

Per Max, l'arte, è una verità rivelata che esclude soluzioni di compromesso.

È giusto osservare che non solo è piacevole la sua pittura, ma è stimolante, poiché quel che è espresso non è fine a se stesso, ma serve di richiamo, di rinvio ad altri valori che sono inesprimibili col mezzo dell'arte, (infatti Marcello Serra parla di “simbolismo”) ma dall'arte suggeriti.

Diciamo che l'arte di Max parla a ciascuno di noi secondo il nostro linguaggio, ma per potere essere capita bisogna possedere anche, forse soprattutto, età, cultura e formazione.

Se il pubblico coglie solo il mondo delle apparenze trova perfezione nella forma e corrispondenza perfetta nel colore. Come argomento può non conoscere il mito di Orfeo ed Euridice o non conoscere, diciamo, i totem (chiamiamoli così) della civiltà da cui Max prende spunto... si ferma lì e non va oltre: forma e colore, ed entrambi son rispettati. La persona di cultura trova invece i riferimenti storici e poetici attraverso queste forme che gli son messe, per andare sempre più a fondo nell'argomento stesso. Alla fine coglie l'atmosfera del quadro, la parte migliore, il proponimento dell'artista: artista che fa pedagogia, artista che fa psicanalisi e dà una morale anche in quella attuale, provvisoria, di trapasso, dove sembra che tutto sia lecito.

 

[...] quando poc'anzi lui ha detto, facendo distinzione... il paesaggio africano, il paesaggio dell'America meridionale, centrale, si parlava di Incas a proposito della montagna altare che compare frequentemente nei suoi quadri e che riprende la simbologia ed il significato religioso della piramide ecc.., io mi son detto: più che cose viste, son cose sentite. Si vede con gli occhi, ma si sente con l'interiorità. Allora direi che tutte queste immagini che io chiamo immagini della mente, ad un certo momento chiedono prepotentemente di estrinsecarsi. Ci parlano di luoghi remoti e di tempi che adesso noi possediamo al presente quale futuro indistruttibile di cultura e, riproposti da Max con un accoramento che molto spesso fa groppo alla gola, in certi momenti velano anche gli occhi di pianto. Ebbene, nel momento in cui lui crea, io sono certo che sia totalmente disponibile ad analizzare ed anche a... perdonare... perché in molti quadri che sembrano violentati dal colore per la potenza dei toni che lui adopera, e per il modo, c’è una quiete così appagante, dove l'uomo si può fondere come unità completa, divenendo tutt'uno per sciogliere (lasciatemelo dire, sono i suoi quadri che me lo suggeriscono) per sciogliere, diciamo, questo cantico di lode dell'essere provvisorio che cerca, nel definitivo, un pieno appagamento e la realizzazione di se stesso. Penso al quadro di Orfeo ed Euridice, dove Euridice, in un dolce, ineffabile sorriso si dissolve, è già quasi crivellata dal tempo e Orfeo, che le sta accanto nelle sembianze non casuali di un negro, è ugualmente sereno, anche se nella sofferenza, per come il Fato dispone: 

- queste cose devono accadere per un ritrovarci.- 

Il paesaggio è così ampio, l'atmosfera così appagante che a me sembra di riscoprire in esso una sorta di religiosità tectonica, una religiosità quasi agraria: l'uomo che è chino lavorando la terra e pensa già al frutto e a una divinità che è buona, che è materna, ma che allo stesso tempo dissolve... 

Raffaello Borsetti 

 

 

 

GALLERIA COMUNALE CONTINI, Oristano, 1980.

La chiave per intendere la pittura di Max Loy è nelle sue parole: 

Sono cresciuto e diventato uomo in una dimensione particolare della realtà, quella del sogno, la dimensione in cui lo spirito, libero dal limite del corpo, può fondersi e diventare le stesse cose che ama”. 

Quando un artista si esprime a questo modo è ovvio che il suo discorso pittorico sia proprio la traduzione di questo sogno ad occhi aperti, questa evasione, non solo dai limiti corporei, ma dal mondo in cui egli stesso vive, in cui noi viviamo.

Per questo la lettura dell'opera pittorica di Max Loy diventa difficile, né è accessibile a tutti.

Questa pittura presuppone una iniziazione e una meditazione lente, che per gradi, pervengano alla conoscenza. Da questa scaturisce l'amore per queste tele.

Di Max Loy ha detto Mario Rivosecchi (il migliore perché poeta, dice Max): “La pittura del Loy non è mai descrittiva ma, piuttosto, rivelatrice d'una animazione interiore nella quale, la presenza visibile d'un'ora del giorno si compenetra di risonanze evocatrici, di accostamenti lirici, di momenti tipici di uomini pensanti, di donne sognanti”.

Questi uomini pensanti e queste donne sognanti sono l'eterno motivo della pittura. 

Questa pittura non è una ricerca di modernismo ad ogni costo, che anzi, proprio il modernismo è assente da queste vaste composizioni così cariche di luce e di luci, di meditazione, d'incanto: crepuscoli lenti, una diffusa chiarità aurea che si adagia sulle foglie e sulle corolle dei fiori, sui rami, su sconfinate paludi, su ambe deserte, mentre alla luce spirituale di un sole calante prende forma dall’aria una sfera opalina che racchiude frammenti di paesi di sogno. Maschere di legno, anfore spezzate, crateri fumanti di vulcani contro cieli di silenzio, fagiani dal collo scattante, fiere belle e mansuete, rami spezzati.

Questo mondo sarebbe disperato se in esso non sbocciasse, fiore trionfale di carne tiepida, la compagna del sogno e della realtà, fiore di tutti i fiori: la donna. 

Ricordiamo le praterie e la sinuosità dei fiumi in cui fluttuano o si stagliano le donne del 400 o del 500, dai fondali di Piero della Francesca a quelli di Leonardo. Non certo per fare accostamenti, ma per meglio comprendere la necessità di questa presenza umana nel paesaggio. 

Solo schiudendo l'anima alla grande luce della poesia si può intuire, anzi si può assaporare, questa chiarità aerea di crepuscoli o di albe: agavi e palme, pallidi fiori di oleandro, zinnie opulente, sassi, rocce, tutto ha significato, nulla è occasionale in questa pittura esatta, come i preludi di Debussy.

 

Quando la pittura impone un discorso e schiude l'anima alla meditazione, allora è pittura.

Giuseppe Pau

 

 

 

Dal giornale “L’ISOLA”, recensione del romanzo “il viaggio”, 1981

L'avventura di un uomo

 “Poeta è chi ama in profondità la vita e riesce a cogliere con l'intuizione il meraviglioso equilibrio che la governa. Il mezzo con cui poi si esprime può variare, ma la sensibilità è la stessa” così Malùa tranquillizza Maxim, pittore che finge di non voler capire. Maxìm e Malùa, l'uomo e la donna, la carne e lo spirito, la forza e l'intelligenza, il negativo e il positivo, i due poli della vita. E tra loro nasce l'amore. Ma il viaggio-romanzo di Max Loy (Sardalito 1981) non è solo una storia sentimentale. E già il titolo lo conferma.

Infatti i due protagonisti, rimasti fortunosamente illesi dopo che il loro aereo, in rotta per Rio de Janeiro era precipitato, imparano a conoscersi e ad amarsi durante un faticoso viaggio, tra deserti e foreste. La vicenda amorosa è quindi parallela a quella dell'avventura verso la salvezza. Ma, e qui sta la metafora del viaggio, gli incontri che i due “eroi” fanno nel loro andare hanno del mitico e del simbolico, sono cioè fuori dal normale “diario di un esploratore” e si addentrano invece in quello mitico degli “errores”. Come Ulisse prima di ritornare ad Itaca affronta mille avventure, scampa a mille pericoli, così anche Maxìm e Malùa dovranno superare molti ostacoli che hanno la chiara funzione di prove iniziatiche. A quale mistero, a quale verità debbano essere iniziati i protagonisti lo si capisce mano a mano col procedere della lettura. Una fitta rete di dialoghi presenta Maxìm che indaga sul mistero di Malùa. Chi è, come mai dice di averlo sempre conosciuto e di essergli stata vicina anche se lui non la ricorda? E poi come mai tutti i personaggi che incontrano, la natura stessa sembrano accanirsi contro Malùa e lei ne presagisce sempre le reazioni? Da dove viene la sua saggezza? Tutti questi misteri rafforzano l'aurea surreale in cui si svolge la vicenda: il deserto infinito in cui i due “eroi” scoprono le rovine di una civiltà scomparsa e ne ritrovano i documenti scolpiti in cilindri d'oro; la città moderna dove gli istinti più brutali e primordiali sono scissi dalla ragione e si scatenano con violenza (qui Malùa sarà violentata e Maxìm penserà di abbandonarla); il vecchio eremita che, orgoglioso della propria conoscenza, vorrebbe fermare il tempo, fino ai vulcani dove Malùa si dissolve scampando ad una torma inferocita che la voleva possedere.

Malùa non esiste, è come un sogno o l'immagine fantastica dei pensieri di Maxìm, che ha subito un incidente in metropolitana, o almeno così è parso a me durante la lettura. Il bello de “il viaggio” è che ognuno può trovare una spiegazione allo strano amore tra i due protagonisti, “leggerli” insomma in chiavi diverse a seconda della propria cultura e sensibilità.

Romanzo chiaramente autobiografico, con la scrittura rigorosamente in prima persona, avente per protagonista un evidente Max-Maxìm Loy, quest'opera prima porta con sé tutti gli interrogativi estetici del suo autore che, non si dimentichi, è anche e in primo luogo valentissimo pittore.

Ma, e questa è la mia interpretazione, il viaggio condotto da Max-Maxìm ripercorre le tappe conoscitive dell'avventura umana alla ricerca di una verità che trascenda il dato immediato e raggiunga lo spirito che avvolge tutto il creato. Le varie avventure sono prove iniziatiche e Malùa, la femminilità, ma anche l'istinto ragionatore dell'inconscio, è la concretizzazione di quel mistero invisibile che ciascuno porta dentro di sé.

“Quella montagna è importante, separa due mondi e divide il prima dal poi, la vita dalla morte, la realtà dal sogno, la terra dal cielo e la materia dallo spirito... la nostra strada passa attraverso di essa…”: Malùa guida il suo Maxìm fino a quando la conoscenza di sé è effettuata. Allora non ci sarà più bisogno di lei, allora potrà dissolversi. Lei, l'anima fatta donna per essere riconosciuta ed amata.

 Neria de Giovanni

 

 

 

PALAZZO BARBERINI, Roma, 1982

Max Loy pittore del sentimento 

Come già ebbi a scrivere, Max Loy privilegia nelle sue pitture la figura umana e la natura esotica, in particolare quella paesaggistica, rendendo l'una e l'altra come sorelle di una stessa carne. Portato a comunicare, egli dipinge come se narrasse, con una misura essenziale e verosimile. Non per nulla viene da una terra, la Sardegna, ancorata nel tempo e nello spazio, dove il sentimento ha le dimensioni dell'eternità e il gusto del vivere radici arcaiche e primitivamente sensuali. Di qui la carnosità, tutta mediterranea, delle sue figure, delle sue rappresentazioni soffuse di una coralità così partecipata da svelarsi apertamente al di là del surrealismo stilistico che promette in superficie.

Max Loy quindi appartiene a quella schiera di pittori istintivi che dipingono come vivono, o se si vuole come vorrebbero vivere, stante il permanente parallelo del reale e del surreale nel linguaggio espressivo, agente come funzione di complemento e completamento del cuore e dell'immaginazione.

Va da sé che con siffatte movenze anche nei paesaggi dà il segno di una interiorizzazione  finalizzata all'arte per la vita. Sicché anche gli animali, le cose, gli alberi, i fiori e tutto il mondo che ha negli occhi e nella fantasia li ritrae animandoli come creature umane.

Perciò piace, e più che piacere persuade, poiché chi osserva le sue opere trova sempre un legame con il proprio io.    

Si aggiunga la sua tavolozza accesa dei colori più intensi, delle evidenze più audaci e allo stesso tempo innocenti, e  si avrà il senso, il risultato logico del suo meritato successo.

Vale anche per Max Loy il mio comandamento numero uno. Sii te stesso. E lui lo è.                  

Francesco Boneschi

 

 

 

TARTAGLIA ARTE, Roma, 1983

Quando ho conosciuto Max Loy, due anni fa, sono rimasto colpito dalla serietà e dalla professionalità di questo artista dalla eclettica personalità ricca di interessi, di intelligenza e di cultura che, sebbene giovane ed autodidatta, non ha certo perso tempo ed è in grado d'esibire un prestigioso e molto documentato curriculum del tanto lavoro svolto.

Ho sfogliato con attenzione i suoi numerosi, ordinati albums che, unitamente alla documentazione di mostre, personali e premi, raccoglie gli scritti di qualificati critici ed estimatori, offrendo un panorama completo del suo percorso artistico.

Sarei anch'io tentato di aggiungere qualche mia personale riflessione sull'opera di questo autore, ma mi limiterò ad una sola considerazione molto pratica, da mercante d'arte: Max Loy è un artista che farà parlare di sé e per me rappresenta un investimento. Io credo nella sua pittura, compro i suoi quadri e li vendo in Italia e nel mondo convinto di proporre un vero artista e un buon affare.

Un dipinto di Max loy, qualsiasi sia il soggetto o la tecnica usata, non si confonde con altre mani, è originale, diverso, suo e basta.

Belli, eleganti e nuovi soprattutto i lavori su fondo oro, ricchi e vari nei riferimenti mitologici e storici, ricercati e preziosi nella composizione e nella tecnica.

La pittura di Max Loy è  meditata, aristocratica, misurata, concisa, ma anche di intelligenza universale, molto accattivante e gradevole nelle cromie, nei soggetti e nelle ambientazioni.

Piace a tutti i livelli perché Max ha qualcosa di vero da dire e sa come dirlo.

E questo la gente lo sente.

 Piero Tartaglia.  

 

 

 

 

GALLERIA IL COLORE, Cagliari, 1984

Telegiornale Rai Tre

[...] Max Loy è pittore della luce e della figura. Visitando la mostra ricaviamo una sensazione di serenità diffusa che propone una pacata, quieta meditazione sulla vita, sul tempo che passa, sulle attese e sulle speranze dell'adolescenza.

Alcuni titoli: 

“l’estate è finita”, “la dolce stagione”, “si fa sera”, “sognando”, “dopo la festa”… giorni, attese, attimi sospesi ed avvolti in dolcissime luci, figure assorte, sognanti, con sguardi volti a contemplare lontani miraggi o raccolti in quieti pensieri [...]

 Romano Cannas

 

 

 

PALAZZO BARBERINI, Roma, 1984

Come in passato, Max Loy presenta a Palazzo Barberini, in Roma, una nutrita schiera di quadri che costituiscono la sua ultima fatica artistica. E dobbiamo dire che il maestoso palazzo in cui espone non fa affatto sfigurare le opere di questo versatile artista che spazia dal surreale al realismo più schietto, non disprezzando quadretti di panoplie che forse danno una nuova dimensione di questo autore che conoscevamo come corposo e sempre ricco di materia e di colore.

Nelle opere esposte ricorda in sogno paesaggi strani in cui vivono figure, estemporanee per il luogo, come sorte per la magia di quella sfera opalescente che vagola in molte opere e che sembra avere la funzione della sfera della maga attraverso cui nascono e visioni e figure e paesaggi.

Toccanti gli autoritratti in cui annega un sentimento di melanconia e di sogno infranto.

Si può facilmente arguire che egli non vuol erigersi a suggeritore di atteggiamenti intellettualistici poiché la semplicità delle sue opere e la trasparenza dei suoi temi lo pongono nella schiera di coloro che dell'arte hanno fatto modello di vita e tema morale convinto e vissuto.

Vi è in quelle opere tutto l'uomo e il travaglio di un'esistenza non facile, anche se senza rimpianti, in cui i giorni chiari, trasparenti in alcune opere, contrastano con le nebbie avvolgenti che ne caratterizzano alcune altre.

Possiamo dire un ritorno gradito che ci ha convinto delle qualità di questo artista che vorremmo più libero di dare spazio a se stesso ed al suo modo di dipingere che si intuisce alle volte costretto in temi poco sentiti anche se ben realizzati. La sua tecnica gli permette di potersi esprimere in forme più autoctone e quindi, rotti i ceppi della convenzionalità, vorremmo vederlo cimentato in prove più personali. Ma non ci rammarichiamo certo di quanto abbiamo visto perché certamente denota una dimensione artistica di notevole levatura e convincente ispirazione che accreditano una maggiore dimensione alla modestia innata di questo artista tanto schivo quanto bravo.

 Gianni Franceschetti

 

 

 

TEATRO LUIGI MANCINELLI, Orvieto, 1985

[...] Max Loy affronta i temi attuali con uno spiccato senso plastico. Nei personaggi che propone e ripropone in una complessità e varietà di contesti c'è ansia di libertà, il suo linguaggio personalissimo descrive l'immagine con una precisione straordinaria del tratto e una ricerca certosina del timbro e del tono del colore, ma poi la forma così puntigliosamente cercata viene sistematicamente trascesa e sublimata.

Antonio Colloca

 

 

 

PALAZZO BORGHESE, Firenze, 1986

Max Loy vive la sua pittura come un sogno, ama dipingere e la pittura è tutta la sua vita.

Il rigore dei contrasti e l'impeto vibrante del tratto animano di un'intensa luce le sue splendide tele, mettendo in evidenza tutto il suo mondo interiore.

Il colore gioca un ruolo decisivo specie nei paesaggi che spesso evocano momenti d'incontro tra la natura e l'uomo.

La figura femminile è quasi sempre protagonista, innocenza e sensualità; la donna è la sua Musa e la ritroviamo sullo sfondo di mari caldi e incantati, di cieli infuocati e lontani come incendi di tramonti o di aurore. Nelle figure di donne flessuose e morbide, appassionate e materne, Loy sembra frugare dentro, scavare e cercare tormenti passati. Siamo di fronte ad una pittura che prende, affascina, coinvolge e che dona cascate d'emozioni fino a stordirci.

Lo splendore delle coste ha qualità sorprendenti, dà l'illusione d'avere raggiunto il proprio sogno e la sensazione di vivere una magia.

Eccelle nei ritratti, nei volti rugosi e scavati dei vecchi, nel sorriso soave dei bimbi, nello splendore dello sguardo di donne. 

Dolcissime le maternità sofferte e sentite.

La pittura di Max attira, turba, incanta, avvince e... fa riflettere.

Giuliana Plastino Fiumicelli

 

 

 

CASTELVECCHIO, Verona, 1987

Nei suoi dipinti Max Loy svela una profonda esigenza sentimentale di risalire alla realtà di quei sogni e miraggi esotici che gli anni dell'infanzia e dell'adolescenza nutrono senza posa e risparmio. Non ci troviamo qui infatti in cospetto del fantastico, intellettualistico surreale o del chimerico mondo primitivo dei naifs. In Max Loy maturo riemergono i volti, i cieli, i tramonti vagheggiati con minuziosa perfezione immaginaria in quella stagione di insaziate avventure oniriche che è la primissima giovinezza; stagione di archetipi impossibili, di sfere magiche e di candidi turbamenti, propizia all'invenzione di favole e leggende, di trasparenti confessioni dei propri segreti più profondi.

Max Loy è cosciente di questo sdoppiamento dell'apparentemente reale, per l'irrompere, o meglio, per il riaffiorare continuo, nel presente, della memoria di immagini perdute.

 Licisco Magagnato

 

 

 

CASTELVECCHIO, Verona, 1987

Un mondo di immagini poetiche che parla d'amore

Max Loy presenta oggi, in una dialettica chiaroscurale, le immagini simboliche di un passato onirico dov'egli attinge, nella luminosità dell'infanzia, uno spiraglio di luce che dà alle nuove forme auree la forza per esprimere un mondo di valori. L'indagine fenomenologica che l'artista conduce nei labirinti della propria interiorità si apre al colore con una forza direi quasi biologica e passato e presente si fondono in uno specchio che, pur riflettendo ogni forma di ieri, guarda al futuro con chiarezza e luminosità.

La ricerca formale di Max è ricca di contenuti che nascono da una seria analisi della realtà, anche se la crescita dell'artista è determinata in modo particolare dalle soste che l'uomo ama fare nel sogno. Pertanto, davanti a molte delle sue opere, la critica si pone quesiti che rimangono aperti ad ogni interpretazione poiché è lo stesso artista che, più che suggerire risposte, sceglie di porsi domande o di essere semplice testimone di un'intuizione. La ricerca, lo studio, il recupero formale che nascono dalla scomposizione e ricomposizione delle immagini dosate e caricate di pesi e contrappesi di varia valenza vanno così ad intessere una trama e fanno del pittore un ponte attraverso il quale tutti noi passiamo per essere spettatori di un uomo che nel suo cielo limpido lancia ancora gli aquiloni di un viaggio fantastico che dall'infanzia alla maturità non ha mai avuto sosta.  

Quello che mi piace di lui è, infatti, non solo il senso nostalgico del remoto che, come soffio di vento leggero aleggia su ognuna delle sue creazioni ma, soprattutto, amo quell'orizzonte poetico che fa nascere dal sogno di una notte di mezz'estate un cielo stellato dove la luce dell'ultima stella non si spegne mai...

Ed è proprio questa la forza del colore di Max che, stemperandosi leggero nella partecipe descrizione delle immagini, sosta per coglierne le segrete atmosfere ed emozioni per evocare dal mitico passato la vitalità mai spenta, come nel quadro intitolato “ultima cena” che oso definire, tra i tanti presenti alla mostra, l'opera in cui vedo portata a perfezione la più compiuta espressione della sintesi formale e coloristica di questo artista: due bambini che, partoriti dal sogno d'un amore del passato, vivono nella squallida realtà di oggi ma, con la saggezza d'una volta, in un tenero e religioso silenzio sembrano volerci dire: “amateci perché noi vi amiamo e vogliamo sopravvivere con voi”

R. Poletti

 

 

 

CHIESA DI S. DOMENICO, Pistoia, 1987

Discorso a commento della mostra

Una personale rappresenta sempre per un artista una tappa importante, un momento significativo se inserita nel percorso di una coerente evoluzione, sostenuta e voluta nel tempo da una seria ricerca.

Una ricerca che Max Loy ha portato avanti, da oltre vent'anni, con grande passione e naturale vocazione, affinando le capacità tecnico formali con costante esercizio, anche attraverso le più varie esperienze, una delle quali ci sembra addirittura antitetica ai risultati cui da tempo è andato approdando: mi riferisco ad alcune opere degli anni settanta in cui la densità materica del colore, esaltato da pure accensioni, assumeva una validità costruttiva di estrema sintesi. Fin dalle prime prove Max Loy ha incentrato l'interesse sulla figura umana, inserita in paesaggi o in interni e, nelle diversificate soluzioni, ha elaborato il problema della forma e del contenuto nell'ambito di un “realismo” rivisitato, ma filtrato attraverso la lezione dell'ottocento romantico e quella dei preraffaelliti: “realismo” che egli ha sostanziato di implicazioni, di richiami, di significati emblematici, sempre però attento a non cadere nel letterario o nell'eccesso filosofico. Egli è andato con gradualità a conquistare quell'abilità del segno, quella fine sensibilità cromatica, che gli hanno permesso di creare figure così suggestive, sia che si presentino elaborate e rifinite nella loro verosimiglianza visiva, sia che prendano consistenza attraverso una più rapida e concisa strutturazione dove, lo spiccato senso del volume rivela l'altra sua passione, portata avanti con grande impegno professionale: la scultura, cui ha saputo imprimere dinamismo e forte vitalità.

Nei suoi quadri le figure sono immerse in profondità spaziali dilatate, in paesaggi primordiali (qui prevale la dimensione del sogno e della fantasia) dove i colori, sfumandosi su decise e calde tonalità richiamano atmosfere surreali che portano a suggestioni profonde, recuperando miti, leggende e costumi di antiche civiltà: dalla greca, cito l'opera “il canto d'Orfeo”, all'egizia,  cito “harem” (riportate nel catalogo della mostra). Tali suggestioni permangono anche quando nella composizione ogni cosa, ogni elemento si fa simbolo: sono significative in tal senso “l’ora del crepuscolo” dove la donna, nella sua nudità plastica, sembra nascondersi alla notte che risveglia le paure, le angosce, forse annunciate dall'occhio folle del fagiano, pronto ad ingannare con la bellezza dello sgargiante piumaggio, o “ombre” dove la leggera bolla aerea (ricorrente in molte opere) posta tra la ragazza che, dall'alto, osserva trasognata le rovine di una remota civiltà, sta forse a ricordarci la fragilità della vita ed il trascorrere inesorabile del tempo. 

Nella mostra attuale, precisamente la trentacinquesima, Max viene a confermare tutte le sue doti di artista impegnato a sottolineare ciò che la realtà lascia trasparire al di là dell'apparenza: la trascendenza e l'interiorità della forma. La notevole forza introspettiva degli autoritratti e di alcuni ritratti, non presenti alla mostra, rimane una delle valide prove in tal senso. Egli appare spesso ermetico ma, ad un attento esame, si possono rintracciare i segnali posti a stimolare il pensiero che guidano, per segrete emozioni, oltre l'ovvio visibile a decifrare simboli ed intenzioni.

Tramite privilegiato è quasi sempre la donna, creatura ineffabile, esaltazione della bellezza, mai disgiunta da un sentire spirituale, da una matura coscienza esistenziale. Max è consapevole che di lei rimarrà sempre qualcosa di non svelato, di enigmatico, di indecifrabile nel sorriso, nello sguardo, nel segreto dell'anima. L'opera che s'incentra sulla presenza simultanea della donna e del gatto e che si lascia ammirare, per il fine gusto della realizzazione sembra sottintenda quel senso vago del misterioso, in parte comune ad entrambe. In tutt'altra chiave, qui indulgentemente ironica (vedi “cosa pensa il gatto?”) Max sembra porre questo singolare animale davanti alla lontana storia della sua sacralità.

Loy fa della bellezza il suo credo, riuscendo a tradurla in bellezza estetica. Anche la morte è per lui una bella donna dal pallore lunare, solo gli occhi tradiscono la sua vera identità: invece della luce in essi si apre la profondità delle tenebre. Ma ecco, in contrapposizione, la forza della vita prorompere nella salda figura di una bambina dai fini lineamenti, in cui la cosciente fermezza di adolescente sembra rivelarsi nell'intensità dello sguardo.

Nelle opere presenti in questa personale, quelle appena citate ne fanno parte, il paesaggio, che precedentemente sembrava richiamato da lontane memorie, non è più l'elemento insostituibile, anzi spesso è addirittura assente; ha ceduto ad un diverso tipo d'impaginazione, ad un modo diverso di comporre, direi semplificato nell'impianto della concezione spaziale, nell'equilibrio compositivo, nel cromatismo. In primo piano solo una figura o due costruite, senza forzature, con un segno sintetico ed un colore senz'altro meno elaborato, più morbido e tonalmente condotto su chiare modulazioni, davanti ad uno sfondo a proscenio: vedi “la morte” già citata e “il sogno” un'opera permeata di poesia nella calma levità delle “apparizioni” e nella dolce figura di donna, in primo piano, esaltata dal bianco nelle morbide forme. Nella più grande composizione, presente alla mostra, davanti ad un'abile sintesi dell'ultima cena leonardesca, nei due bambini raffigurati in primo piano sembra perpetuarsi quella purezza donataci dal Cristo come uno dei più alti beni spirituali. È questo uno dei momenti in cui emerge più esplicitamente quel senso di religiosità che Max Loy possiede e di cui sono permeate le sue opere. In alcune s'impone una figura femminile davanti ad uno sfondo dove sono accennate con freschezza tante altre. Tale sfondo, prezioso per la luce dell'oro in foglia, non ha solo funzione decorativa come potrebbe sembrare; ciò che più importa infatti è la funzione di medium che suggerisce e facilita le relazioni intercorrenti tra il presente, personificato dalla figura in primo piano, ed il passato evocato dalle altre di sfondo, leggere ad impalpabili come fantasmi.

È infine ancora la donna ad essere riproposta negli atteggiamenti consueti, nei gesti spontanei, negli atti della quotidianità che si ripetono ormai da secoli nelle generazioni e che lo sguardo intensifica e sostiene. Possono essere così colti, con piena emozione, nella loro spontanea espressività: tenacia e abbandono, gioia e tristezza, dolore, dolcezza e grazia. È la vita che continua nei suoi molteplici aspetti. Tutto sembra si rinnovi, ma sostanzialmente rimane uguale e ciò che è stato si ripete e si ripeterà.

“Nel quotidiano l'eterno”: una grande verità che Max Loy ha sentito e scritto e che tanto egregiamente è riuscito ad esprimere in questa sua problematica e poetica traduzione pittorica. 

Plinio Bianchi

 

 

 

Max Loy: il dovere della testimonianza - 1988

É scrittore e poeta. E il pittore e scultore Max Loy non prescinde - né lo potrebbe - dall'immagine letteraria che è cresciuta con lui attraverso i romanzi e le liriche di cui si accompagna e appassionatamente vive la sua arte figurativa. L'Accademia internazionale Medicea ne ha presentato recentemente la pittura nel chiostro di S. Domenico, a Pistoia, e il prof. Plinio Bianchi l'ha illustrata nella sala delle conferenze del convento. È un riconoscimento della sua città (vi è nato nel 1950), ma è soprattutto una verifica che il pittore ha voluto con se stesso, a conclusione di un ciclo tormentato di ricerche nelle quali la figura umana è stata ancora una volta al centro di un'indagine avvertita e per questo alquanto laboriosa.

La donna e i suoi atteggiamenti nell'incontro con la realtà e con la poesia, la presenza rievocata nelle vicende storiche o mitiche, rivivono attraverso questa esperienza recente e si offrono alla iconografia in lenta metamorfosi che ripropone via via momenti di tecniche antiche e tuttavia modernamente espresse. È una sorta di simbiosi degli affetti segreti che Loy seguita a coltivare nella coscienza, ricordi assillanti di un passato non personalmente vissuto, ma di cui si sente cittadino onorario. “Per chi è passato il tempo della Storia / Che ne è stato degli adii, delle morti, del dolore… / Il Tempo ha consumato?”

“Devo testimoniare. Devo.”

Così la sua poesia.

E Loy continua a mantener fede all'impegno; anzi a quel “dovere” indeclinabile di testimoniare.

Tommaso Paloscia

 

 

 

CHIESA DI S. MICHELE IN CIONCI, Pistoia 1999

Dextra et sinistra pars mentis

Dal tempo d'Adamo in poi, a causa del Diavolo che significa il divisore, tutti noi facciamo esperienza di una scissione dicotomica della realtà, viviamo nella realtà del due: Nord-Sud, alto-basso, giorno-notte, bello-brutto, buono-cattivo, giusto-sbagliato, bene-male. Per orientarci in questo mondo ambivalente anche noi siamo strutturati con principio simmetrico e compensativo: due gambe, due mani, due occhi, due orecchie... due, due, due.... due emisferi cerebrali preposti a diverse e complementari funzioni conoscitive: la razionalità e l'emotività. La sintesi di queste differenti facoltà organizza il pensiero, tipica ed esclusiva connotazione umana. Suo compito è ricucire uno strappo, sanare una lacerazione, fare ritorno all'UNO, al nostro Paradiso perduto.

Così l'arte, che è metafora, interprete del Pensiero e testimone dello Spirito, tenta in ogni sua espressione la sintesi degli opposti: l'armonica via che riconduce all'unità.

Sono presenti, in questi miei quadri, due diversi elementi: il colore e la forma, la casualità e l'organizzazione, l'intuizione ed il riconoscimento. Due diverse musiche accordate come un canto e un controcanto per evocare la meraviglia di un ascolto stereofonico.

Max Loy

 

 

 

GALLERIA VALIANI, Pistoia 2000

La pittura di Max Loy si chiama “Ricerca” che, nel suo caso, ha come fine la conciliazione di elementi solo apparentemente opposti: l'informale e la forma, la casualità e l'organizzazione, l'intuizione e il reale percepito dai sensi, la razionalità e l'emotività. E Loy affida al pensiero - che deve restare vigile - il compito di ricondurre ad una unità superiore l'uomo e la sua azione. Il pensiero è interpretato e si concretizza metaforicamente nell'arte.

Così, avuta immediata coscienza degli opposti che bilanciano la vita umana, l'artista ha percorso la lunga strada dell'arte del Secondo Novecento, partendo dalla materia, dal valore assoluto del colore, ripensando a come e quanto la linea potesse recuperare la figura per renderla comprensibile.

Ma con quali tonalità e quale luce? Come mantenere i valori assoluti del segno e del colore e nello stesso tempo piegarli in funzione di un'immagine codificata? In Max Loy, la contrapposizione è però solo un falso problema. La sua figura infatti è tutto ciò che si percepisce coi sensi, ma è anche ciò che ciascuna nasconde simbolicamente. Anzi, quanto più è nitida (e non retorica), tanto più rivela trasparenze che permettono l'indagine dell'io e delle cose. L'immagine si fa dunque astrazione e metafisica. Fiorisce allora il mondo dei simboli, musicali e surreali in cui trovano accordo le urgenze della materia - che scompare - e le aspirazioni dello spirito - che si manifesta - .

Paolo Gestri

 

 

 

STUDIO C, Piacenza 2007

Eludendo l'ovvio: un passo al dilà delle cose

Loy è un artista dal lungo curriculum e dall'intensa attività. Dopo trent'anni di pittura figurativa (e che figurativo!) ha sentito il bisogno di voltare pagina ed ha così intrapreso un interessante percorso che lo ha portato ad un'espressione dove informale ed astratto, con qualche timida evocazione figurativa, trovano il loro perfetto equilibrio e una naturale fusione.

È una pittura fatta di luce, di gesto e di colore che trae indubbiamente ispirazione dalla realtà, ma che si amplia e dilata fino a diventare libera interpretazione, sentire emotivo, libera visione.

Superamento della realtà, dunque, del puro visibile, eludendo, come dice il titolo stesso della mostra, “l’ovvio”, per procedere oltre, al di là delle cose.

Nascono così opere intense e suggestive, vere e proprie mappe mentali che registrano tracce e memorie di realtà, una vela, una barca, un oggetto qualsiasi, evocati come se lentamente emergessero dalla coscienza. Una pittura fatta di continui "celamenti" e "svelamenti" che, nel suo insieme, tuttavia appare come irruente forza informale e segnica scrittura psicologica, rapida ed immediata, di emozioni e stati d'animo. Forse proprio per questo, per il fatto d'essere principalmente emozione, i dipinti di Max Loy sono soprattutto colore, luce e colore, in una gradualità di toni e semitoni, di tinte calde e fredde, chiare e scure che catturano l'osservatore per immergerlo in una dimensione che diventa irreale, altro, visione a metà strada tra il vero ed il sognato, portando la mente magicamente in un atteggiamento di puro ascolto contemplativo, come quando si ascolta un ottimo brano musicale.

Anche la sua pittura, infatti, proprio come la musica, è ritmo, pausa, sospensione: "..musica, pittura, scultura, prosa, poesia:vale sempre la stessa regola, il ritmo. Densità e vuoto, suono e silenzio, movimento e quiete: sono il pulsare di un cuore, cadenza di respiro dell'Universo"

Belli i rossi di Max Loy, vere e proprie esplosioni, accensioni improvvise di forte intensità e straordinari i blu e gli azzurri a suggerire il cielo, uno spazio, una striscia di mare all'orizzonte.

Il mare! lo sente in modo particolare l'artista toscano, lo avverte sulla pelle, fa parte della sua vita.

"Ma cos'è il mare? E' una sindrome talmente varia e complessa che preferisco lasciarlo presagire, accennarlo sullo sfondo, farne sentire il profumo, tentare il blu fino al verde, poi basta: non competo con i giganti." Per questo motivo molti suoi dipinti, pur senza descrizione, richiamano ed evocano il mare, la sua vastità, le sue atmosfere e trasmettono lo stesso senso d'infinito, di misteriosa quiete, di abissale profondità.

Il mare di Max Loy non è mai retorico, né tanto meno si presta alla tipica teatralità della pittura figurativa, ma diventa invece tensione spirituale, specchio esistenziale della nostra vita e dei nostri giorni. Espressione intensa, viva, ricca di personalità ed intellettuale per i riferimenti poetici così cari al nostro artista il quale, oltre a dipingere, si occupa pure di poesia e di letteratura, pubblica saggi e romanzi.

                                                                                                                                       Luciano Carini  

 

 

 

VILLA DE’ FIORI, Pistoia 2007

Come si possa inserire un quadro d'arte moderna in un ambiente familiare, lo si può vedere a Villa de'Fiori, dove sono esposti in permanenza diversi quadri di Max Loy. Questo artista lo trovi facilmente nel suo studio in città, in via Abbi Pazienza, circondato sempre da cataste di tele e pannelli con un unico piccolo spazio che dedica a  sé per dipingere. Dice di essere entrato nella seconda fase del proprio lavoro, quella aperta verso l'astratto, e non certo per moda, piuttosto per tener dietro con la semantica dei segni e del colore ai suggerimenti razionali, ma soprattutto emotivi del cervello. Ecco perché tutti i suoi quadri attuali si possono intitolare “Dextra et sinistra pars mentis”, una formula che ha coniato come etichetta.

Max Loy era prima un figurativo che guardava molto alla forma che sapeva ormai dominare fin troppo bene. “Ma”confessa lui stesso “avevo esaurito ogni stimolo, per cui ho voltato pagina. Dal nuovo millennio, proprio dall'anno 2000, ascolto il fraseggio nascosto delle emozioni con atteggiamento passivo e spontanea contemplazione, come quando ascolto la musica. I miei quadri” spiega “li concepisco come finestre aperte sull'inconscio collettivo, dove ognuno può ritrovare la propria personale fantasia, i propri sogni, ricreati nel loro mistero”.

Ma la sua non è arte istintiva appunto perché è sorvegliata dalla ragione. Lo si vede dagli equilibri cromatici e dai segni grafici che uniscono le varie parti del quadro quel tanto che basta. Perfino i forti contrasti convivono armonicamente, mentre il disegno si fa sottile e sotteso pentagramma su cui danzano percezioni come note di sinfonie novecentesche. Il ritmo è appunto un'altra conquista di Loy: “..la vita è ritmo..” osserva “lo è tutto il creato.” Per cui la pittura che voglia rappresentarli non può non esprimere questa musicalità che è voce di vita quotidiana ed ancor più eco dell'anima universale. Cosicché non sorprende la sua partecipazione a due appuntamenti della recente edizione “Suoni riflessi”, promossa dal Comune di Firenze il giorno 4 novembre e il 2 dicembre alla sala Vanni della chiesa del Carmine.

                                                                                                                        Paolo Gestri 
 
 
 

LE SINERGIE SENSORIALI DI MAX LOY -  Pistoia, 2006

Tra poesia e pittura si registra sempre un sottile, impercettibile gioco di ammiccamenti che vivificano il verso sulla pagina bianca e il dipinto sulla tela altrettanto bianca. La parola e il colore, segreti amanti nel carosello della vita, compongono, allora, l'opera dell'artista assorto nel decifrare l'enigma e arrivare alla perfezione oltre il limite del finito, nell'infinito leopardiano fatto di "interminati spazî... e sovrumani silenzî, e profondissima quiete".

Ed è in quel silenzio che Max Loy insegue "il raggio verde" di "una luce visibile per brevi secondi nelle chiare serate estive, subito dopo il tramonto del sole[...] al di là del mare": metafora di "una luce interiore più significante" che, nel sogno, identifica lo spirito con le stesse cose che ama.


Nel passaggio dall'esuberante figurativo della giovinezza al surrealismo astratto della più recente, matura sperimentazione, l'itinerario artistico di Loy si precisa attraverso un percorso intimo e nascosto di evasione dall'ovvio, di "ricerca dell'altrove", di studio dell'essenza nel tentativo di sempre rinnovarsi e "rinverdirsi".

C'è in lui, infatti, la volontà di uscire da dimensioni conosciute e saggiate per andare avanti, incamminandosi verso ciò che è dettato dallo spirito, oltre e sotto il livello della coscienza, al di là dell'immediatezza dell'esperienza sensoriale per cogliere l'anima delle sensazioni subliminali.

 

(...) La visione che Loy dipinge,  fatta di un'architettura futuristica - velieri o navicelle spaziali? palazzi o cattedrali? - e di veli cromatici orizzontali e verticali che svettano come violente sciabolate della spatola nell'aria e che tuttavia trovano nel loro accostamento una fusione euritmica, un ordine all'interno dell'apparente caos, rimanda alla pace di un mondo possibile dove il tempo scorra lento e sintetizzi colori e suoni, ma anche profumi e sapori, nella purezza di un Eden terrestre creato perfetto dalla mano di quell' "unico responsabile che tiene il timone di questa nave di folli ". Una fantasia o un sogno che è "puro colore in sembianza di sentimento" , come lui stesso spiega, e che scaturisce da sinergie sensoriali inconsce affidate alla tela: "amo questa mitezza dei toni, l'ariosità dello spazio, il calore degli aranci e dei gialli, il profumo di glicine dei violetti, la serenità degli azzurri, il loro continuo comporsi e dissolversi nel trascolorare delle tinte, amo questa superficie densa, crettata come terra assetata". 

 Alessandra Gaggini